CATANIA: il simbolo che cambia le regole del branding rendendolo democratico.
Branding: ci hanno insegnato che serve sempre avere un nemico
Nel mondo della comunicazione visiva, il branding è spesso associato alla competizione. Ci hanno insegnato che per posizionarsi, bisogna distinguersi. Per distinguersi, bisogna combattere. Nike contro Adidas. Coca-Cola contro Pepsi, Catania contro Palermo. Un’identità contro l’altra, in un eterno scontro per l’attenzione e la fedeltà del pubblico. Il mercato è una sfida, e il brand è l’arma per affrontarla.
Questa visione conflittuale si è estesa anche al di fuori del mercato: la costruzione di identità culturali, politiche e territoriali viene spesso trattata come se dovesse necessariamente opporsi a qualcos’altro. Un simbolo esiste solo per combatterne un altro.
È la logica del contrasto: la tua identità funziona solo se si oppone a un’altra. Come in una sceneggiatura: Batman esiste perché esiste il Joker. Nessun eroe senza un antagonista (o almeno nessun fumetto da vendere o film da girare).

Anche i simboli culturali usano la logica del conflitto
L’arcobaleno del Pride è diventato un simbolo fortissimo di inclusione, ma è nato per opporsi a una visione binaria e rigida della sessualità. E nel tempo, anche dentro quel mondo, sono nate nuove bandiere, nuove sfumature, nuovi simboli che, spesso, finiscono per scontrarsi tra loro creando micro-battaglie.
Le stelle e strisce si sono contrapposte alla falce e martello, come prima alla svastica nazista. Carri armati con una stella bianca (Americani) erano ben diversi da quelli con dipinta una stella rossa (Sovietici). Simboli simili ma in lotta tra essi. Il simbolo della pace, quello disegnato da Gerald Holtom, non nasce per raccontare la pace, ma per combattere la guerra – una in particolare: quella del Vietnam.
Insomma, anche i simboli più nobili spesso finiscono per giocare e rimanere intrappolati nelle regole del conflitto. Ogni simbolo sembra doversi definire per opposizione a ciò che non contiene anziché per valore di ciò che vuole raccontare. Un mondo che finge di dire chi è quando in realtà sta dicendo a gran voce chi non è.


Quando anche il branding territoriale mente (per vendere)
Lo stesso meccanismo si replica nel branding turistico e territoriale: ogni città, ogni regione, si sforza di apparire diversa dal vicino. È una corsa a chi riesce a trasformare l’identità in un’immagine vendibile, il vissuto in slogan e la cultura in prodotto.
Vediamo così una New York da amare, racchiusa in un cuore. Una Catanzaro colorata e gioiosa, grazie al sistema visivo firmato da Massimo Sirelli. Una Bologna che gioca con i fregi architettonici per offrire un’identità “aperta” a molteplici interpretazioni. Sono esercizi grafici spesso brillanti, ma fondati su un paradosso: per rendere un luogo vendibile, bisogna spesso trasformarlo in una bugia colorata, in una versione idealizzata di sé stesso.
Il problema? Queste strategie parlano al turista, ma non al residente. Eppure, chi visita un luogo vuole portarsi dietro ciò che chi ci vive si porta dentro. Bello, brutto, o strambo che sia. Perché prima di vendere un territorio, bisognerebbe viverlo. E prima di raccontarlo, ascoltarlo. Il turista viene e va. Ma il residente resta. E il suo racconto non si comprime in uno slogan ma diventa quello che molti di noi chiamerebbero “vita”.



Il Simbolo di Catania: un’identità che non vuole combattere nessuno (ecco perché fatica)
E qui entra in gioco il Simbolo Indipendente di Catania. Un simbolo che non ha l’arroganza di voler sostituire nulla. Non vuole essere “meglio di”, né “contro”.
Non sfida il Liotru, non cancella Sant’Agata, non rimpiazza i colori rossazzurri. Anzi, vuole abbracciarli tutti.
È un simbolo che non combatte, include. Non ha bisogno di farsi spazio, perché intende creare spazio (e dialogo). Non cerca l’esclusività. Non grida “guardami” o “sceglimi”. È democratico nel senso più profondo del termine: non impone, accoglie e lascia liberi di scegliere.


Dallo storytelling allo storystarting
È innegabile. Viviamo nell’epoca dello storytelling esasperato. Tutto deve raccontare. Tutto deve emozionare. Tutto deve convincerti. Tutto deve diventare “contenuto“.
Ma il Simbolo di Catania rifiuta questa logica. Non racconta la città, o meglio, non racconta “una città”. Non vende un’emozione preconfezionata a tavolino ma lascia le tue emozioni libere di correre quando viene interpretato. Non ti dice cosa provare.
Vuole solo fare una cosa: iniziare storie. E lasciare che siano gli altri a continuarle se lo vorranno. Etna. Lava. Mare. Tre elementi, come tre parole all’inizio di una favola.
“C’era una volta…” Non svela il finale. Non impone il racconto, non spiegano tutto, non spoilerano. Ma dicono chiaramente dove siamo e da cosa si parte., un’origine. Una base solida su cui poggia ogni storia che nasce da questa terra nera, rossa e azzurra.
Il simbolo di Catania è libero, è di tutti e per tutti, delle persone per le persone. Come spiegato nelle domande frequenti di questo sito che lo racconta e lo promuove:
Posso utilizzare il Simbolo di Catania senza chiedere l’autorizzazione?
Assolutamente SI! Il Simbolo Indipendente di Catania è un è di tutti e per tutti. Sentiti libero/a di usarlo come vuoi e su tutte le forme di espressione che riterrai opportune, dall’abbigliamento all’arte. Questo emblema trascende il design; incarna lo spirito e l’unità di Catania. NON ESISTE COPYRIGHT su qualcosa che appartiene all’umanità.Gli unici vincoli che vengono imposto sono:
Non associare mai il simbolo ad attività illegali e/o illecite che possano deturpare l’immagine della città di Catania agli occhi del mondo.
Non associare mai il simbolo ad attività politiche di ogni ordine e grandezza ed in generale ad attività estremiste mirate a far scegliere una fazione rispetto ad un’altra. Da questo per ovvi motivi viene escluso l’utilizzo in ambito sportivo dove il simbolo può e deve essere utilizzato liberamente per rappresentare una fazione Catanese in campo (Es: Squadre, tifoserie, etc…)
Questo simbolo deve e dovrà sempre essere sinonimo di UNIONE e mai di SCISSIONE. Assicurati che i tuoi fini nell’utilizzarlo non vadano mai in contrasto con queste poche (e comprenderai giuste) richieste.
Leggi tutte le domande frequenti sul simbolo qui >>>
Un simbolo che contiene tutto, senza voler essere tutto
La nera pietra lavica levigata dal mare ha creato il Liotru, simbolo mitologico della città. Le strade, i palazzi, la gente: tutto è imbevuto di questa materia nella Città di Catania, Il Simbolo di Catania non è il “meglio” della città, non è un logo nel senso classico, è uno strumento di linguaggio universale: geometrico, neutro, profondo, È uno schema visivo, una grammatica. Un contenitore di storie che non racconta ma lascia raccontare a chi lo sceglie.
Può essere un adesivo su una vespa, o diventare la livrea stessa di quella vespa. Non ha una forma rigida, ha uno schema. E uno scopo: far parlare chi lo porta, far raccontare chi lo guarda.
È geometrico, sì. Ma non freddo. È astratto, ma riconoscibile. E soprattutto: non dice tutto. Ti chiede di dire qualcosa.
Quando qualcuno ti chiede: “Cosa rappresentano quelle linee e quei colori?”, il simbolo ha già fatto il suo dovere. Ha aperto il libro. Sta a te iniziare la storia, la tua storia che sarà diversa dalle altre pur svolgendosi nello stesso luogo.

Branding democratico: parli tu o fai in modo che gli altri parlino per te?
Indossare una maglietta con il logo Nike significa aderire a una narrazione. Nike parla per te. Dice che sei veloce, determinato, sportivo. Lo capiscono tutti, anche senza parlare perché l’azienda ha fatto grandi investimenti economici e di comunicazione per ottenere tutto ciò. Oltre a chiederti quanto hai pagato la maglia che indossi quel simbolo aprirà ben poche discussioni “umane” e non farà mai da reale tramite tra due persone se non per un legame commerciale noto ad entrambe.
Il Simbolo di Catania no. Non racconta chi sei. Ti invita a raccontarlo. Dice da dove vieni, ma non dice chi sei. Spinge alla domanda, non alla dichiarazione. Ti fa venire voglia di raccontare, non di apparire. Non ti mette in un gruppo. Ti collega alle persone, tramite la curiosità. E in un mondo che vuole solo risposte, fare domande è diventato qualcosa di rivoluzionario.


Chi vuole lo disegna. Chi vuole lo compra. Chi vuole lo ignora.
A questo punto, la domanda viene spontanea:“Ma se il simbolo è libero, perché avete uno shop?” Domanda legittima. Risposta semplice. Non tutti hanno tempo, strumenti, capacità. Non tutti sanno cucire, stampare, creare. E va benissimo così.
Lo shop esiste solo per agevolare chi vuole portare il simbolo con sé. Perché in un’epoca dove tutto corre, anche l’identità ha bisogno di gambe. Chi vuole lo disegna. Chi vuole lo ricama. Chi vuole lo compra. Chi vuole lo ignora. E tutte queste scelte sono valide. Nessuna è più giusta dell’altra.
Il simbolo è libero e democratico. Come dovrebbe essere l’identità di un luogo: accessibile a tutti, non solo a chi ha gli strumenti per farla propria. Molte sono già le realtà che hanno compreso la forza di questo linguaggio visivo di pura appartenenza, La Katane Basket che lo ha stilizzato nel suo logo sportivo, gli artisti come Luka Skore che lo hanno dipinto sui muri o le realtà commerciali come la 729 Beer che lo hanno riprodotto sulla propria etichetta. Un simbolo che non appartiene a qualcuno ma a tutti coloro che intendono legare una storia a Catania e alla sua pura essenza.




Un linguaggio, non una bandiera
Il Simbolo Indipendente di Catania è un esperimento di branding democratico. Non perché piaccia a tutti, ma perché non esclude nessuno. Non ti dice cosa pensare. Ti chiede da dove vieni. Non ti mette in squadra. Ti mette in discussione. Non è nato per diventare famoso, virale, o vincere un premio di design. (Anche se ne ha già vinto uno).
È una lingua visiva comune, fatta di geometria e silenzio, che aspetta solo di essere riempita di storie vere da coloro che lo riterranno un buon punto di partenza per parlare della propria città. Non è una bandiera da sventolare contro qualcosa. È un linguaggio per raccontare e per raccogliere. È nato per essere utile.
Per creare una connessione. Per dire: “Questa è la terra da cui partono tutte le nostre storie”. Ed è da qui che puoi raccontare la tua, in mille modi diversi, se lo vorrai.
È Catania, senza slogan. Senza promesse pubblicitarie. Senza pose e fronzoli. Solo Catania, come inizio di ogni storia (Speriamo anche la tua). Un simbolo democratico, che non ti chiede di scegliere una parte, ma ti dà uno spazio in cui esistere.



