Cresciuta per partire, rimasta per cambiare Catania

Quella MALEDETTA CATANESE di JULIA si presenta così: “Io sono Julia, ma sul web mi chiamano Maia Divittutu.” Un nome che sembra già raccontare qualcosa: una doppia identità, un doppio sguardo.

Figlia di padre siciliano e madre tedesca, è cresciuta con un’idea quasi inevitabile: che un giorno avrebbe dovuto lasciare Catania.
E invece no. Non davvero. Se n’è andata solo per brevi periodi di formazione nel mondo cinofilo, ma ogni volta è tornata. Perché dentro di lei è rimasta una convinzione: “Sento che sarà da qui che potrà nascere qualcosa di rivoluzionario.”

Il suo ricordo più nitido è semplice, quasi minimale: via Etnea fatta di ciottoli. Una strada che attraversa la città come una spina dorsale e che, per chi cresce a Catania, diventa una specie di misura del tempo. Camminarci sopra significa attraversare generazioni, voci, giornate. È una memoria fisica prima ancora che sentimentale.

Da adulta c’è un luogo che non smetterebbe mai di vivere: il ponte di Ognina.
Quel punto in cui la città incontra il mare senza formalità. Un passaggio sospeso tra terra e acqua, tra silenzio e vento. Un luogo che per molti catanesi non ha bisogno di spiegazioni: basta esserci stati almeno una volta per capire.

Quando deve scegliere un’opera che racconti Catania, Julia pensa al film “Storia di una capinera”. Non è una scelta casuale: una parte del film è girata proprio nel collegio dei Gesuiti, dove lei stessa ha studiato quando era l’Istituto d’Arte. È uno di quei casi in cui cinema e vita reale si intrecciano: un edificio, una storia, una città che continua a raccontarsi attraverso chi la vive.

Del Simbolo Indipendente di Catania, la sua risposta è disarmante e sincera: “Ah boh.” Nessuna teoria, nessuna dichiarazione solenne. Solo una spontaneità quasi ironica. E forse è anche questo un modo molto catanese di stare dentro le cose: prima viverle, poi — eventualmente — capirle.

Quella MALEDETTA CATANESE di JULIA è cresciuta tra due culture, ma la sua strada continua a partire da qui. Da una via di pietra lavica, da un ponte sul mare, da una città che non smette mai di promettere qualcosa.


MALEDETTI CATANESI è una rubrica che nasce per raccogliere tutte le voci: frammenti personali che diventeranno articoli sul blog di wecatania.it, pezzi di una città che vive nei ricordi, nei gesti e nelle visioni di chi la abita o la porta dentro da molto distante.

MALEDETTI CATANESI utilizza la forma dell’auto-intervista. Compilando questo form troverai sette domande semplici, pensate per farti raccontare chi sei: i tuoi ricordi, le tue abitudini, le immagini che per te sono Catania.

Non è un questionario freddo, ma un modo per metterti al centro, che lascia spazio alla tua voce e alla tua storia da MALEDETTO CATANESE. Un luogo dove lasciare traccia di chi siamo e aprire un dialogo su chi vogliamo diventare.

Alla fine ti chiederemo anche cosa pensi del Simbolo Indipendente di Catania: se lo conosci già o se lo scopri adesso, raccontaci quale ruolo immagini possa avere per la città.

Chi sei? Sembra semplice ma non lo è mai quando dobbiamo raccontarlo.
Io sono Julia, sul web Maia Divittutu, di padre siciliano e madre tedesca, cresciuta con l’idea che avrei dovuto lasciare questa città, a ragionarci bene ho lasciato solo per brevi periodi di formazione in ambito cinofilo, ma ho sempre sentito che sarà da qui che potrà più facilmente sfociare un movimento rivoluzionista.

Racconta un ricordo d’infanzia che parla del tuo legame con Catania.
La via etnea tutta fatta con i ciottoli

Da adulto/a, cos’è di Catania che più ti manca o che non smetteresti mai di vivere?
Il ponte di ognina

Se dovessi scegliere un’opera che racconta Catania (una canzone, un libro, un film, un quadro…), quale sceglieresti e perché?
Il film “storia di una capinera” girato anche nel collegio dei gesuiti che ho frequentato quand’era istituto d’arte

Conoscevi già il Simbolo Indipendente di Catania o lo stai scoprendo ora? Quale pensi possa essere il suo ruolo per la nostra città?
Ah boh

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