A Roma studio ingegneria. Ma casa resta CATANIA.
C’è una frase che racconta bene quel MALEDETTO CATANESE di RedymaD. “Sono cresciuto tra Canalicchio, San Giovanni Galermo e Pedara. Sì, sono un uomo di cultura.”

A Catania l’ironia è spesso il modo più elegante per parlare di cose serie. E dietro quella battuta c’è una geografia sentimentale fatta di quartieri, salite, panorami sull’Etna e strade percorse migliaia di volte. Oggi studia Ingegneria alla Sapienza di Roma, produce musica elettronica da autodidatta e, come dice lui, cerca sempre di mettere “lo zampino del carusazzo rossazzurro” in tutto quello che fa.
Perché quando cresci a Catania, la città non resta sullo sfondo. Ti entra addosso.
Quando prova a spiegare il suo legame con questa terra non parla di monumenti o panorami. Parla di tavole apparecchiate.
Parla di quelle domeniche in cui si è quindici persone sedute attorno a un tavolo pensato per otto. Di parenti che parlano contemporaneamente. Di cibo che continua ad arrivare anche quando pensi che non ci sia più spazio. Di sogni condivisi con persone che magari vedi soltanto una volta a settimana, ma che restano parte della tua vita ogni giorno.
Per Damian, Catania è soprattutto questo: uno spirito di appartenenza. Un legame che resiste ai chilometri e al tempo. Una forza invisibile che continua a farsi sentire anche quando ti trovi dall’altra parte d’Italia. E forse è proprio questo che manca di più a chi parte. Non un luogo preciso. Non una strada. Ma quella sensazione di essere parte di qualcosa.
Da adulto, quello che non smetterebbe mai di vivere è il folklore catanese. Le tradizioni, il patrimonio culturale, l’architettura, il cibo, il dialetto. Tutto ciò che rende questa città immediatamente riconoscibile e irripetibile.
“Putissimu fari ‘nviria a menzu munnu…” dice. Potremmo far invidia a mezzo mondo. E non lo dice per arroganza. Lo dice perché sa quanto sia fragile tutto questo. Quanto sia facile perdere ciò che non viene raccontato, difeso, tramandato.
Se deve scegliere un’opera che racconti Catania, sceglie senza esitazioni “Catania Figghiozza d’o Patri Eternu”. Una canzone che per molti è ormai una specie di fotografia collettiva. Una dichiarazione d’amore imperfetta e sincera verso una città che continua a dividere e unire allo stesso tempo.
Sul Simbolo Indipendente di Catania, Damian ha una visione interessante. Lo vede come uno strumento capace di parlare anche a chi non è mai stato qui. Un modo per rendere Catania più riconoscibile, più internazionale. Ma soprattutto spera che possa servire a chi è partito. A chi si trova lontano. A chi guarda un aereo decollare e pensa già al giorno del ritorno. Perché forse il vero valore di un simbolo non è spiegare una città a chi non la conosce. È ricordarla a chi la porta già dentro.
Quell MALEDETTO CATANESE di RedyMad fa capire che ci sono persone che lasciano Catania per studiare, lavorare o inseguire un sogno. E poi ci sono persone che, anche a mille chilometri di distanza, continuano a sedersi a quel tavolo da otto dove mangiano in quindici. Perché certe città non finiscono quando parti. Ti seguono.
MALEDETTI CATANESI è una rubrica che nasce per raccogliere tutte le voci: frammenti personali che diventeranno articoli sul blog di wecatania.it, pezzi di una città che vive nei ricordi, nei gesti e nelle visioni di chi la abita o la porta dentro da molto distante.
MALEDETTI CATANESI utilizza la forma dell’auto-intervista. Compilando questo form troverai sette domande semplici, pensate per farti raccontare chi sei: i tuoi ricordi, le tue abitudini, le immagini che per te sono Catania.
Non è un questionario freddo, ma un modo per metterti al centro, che lascia spazio alla tua voce e alla tua storia da MALEDETTO CATANESE. Un luogo dove lasciare traccia di chi siamo e aprire un dialogo su chi vogliamo diventare.
Alla fine ti chiederemo anche cosa pensi del Simbolo Indipendente di Catania: se lo conosci già o se lo scopri adesso, raccontaci quale ruolo immagini possa avere per la città.
Chi sei? Sembra semplice ma non lo è mai quando dobbiamo raccontarlo.
Mi chiamo RedymaD. Sono cresciuto tra Canalicchio, San Giovanni Galermo e Pedara (sì sono un uomo di cultura).
Nella vita non faccio una cosa sola; ne progetto mille.
DJ producer autodidatta, studio Ingegneria alla sapienza di Roma, cercando di mettere sempre, in ogni ambito, lo zampino del carusazzo rossazzurro
Racconta un ricordo d’infanzia che parla del tuo legame con Catania.
Catania non è solo una città. É spirito di appartenenza, un’unione indissolubile con la terra natía e tra i suoi abitanti che si fa sentire a migliaia di chilometri di distanza. Lo percepisci fin da neonato in famiglia durante i pranzi la domenica, quando si sta in 15 cristiani in un tavolo da 8 e si condividono cibo, esperienze e sogni anche con persone che vedi una sola volta a settimana.
E si ritorna bambini, di nuovo spensierati e gioiosi, lontani dalle preoccupazioni della settimana di chi stenta a vivere in un posto dove il lavoro scarseggia.
Da adulto/a, cos’è di Catania che più ti manca o che non smetteresti mai di vivere?
Il folklore catanese. Il nostro patrimonio culturale, culinario, architettonico, ha pochi eguali là fuori.
Spetta a noi continuare a tutelare ciò che può scomparire/ logorarsi nel tempo.
Putissimu fari ‘nviria a menzu munnu…
Se dovessi scegliere un’opera che racconta Catania (una canzone, un libro, un film, un quadro…), quale sceglieresti e perché?
Giuseppe Castiglia – Catania (Figghiozza do pattri eternu) [Ma un video di Davidekyo andrebbe benissimo lo stesso]
Conoscevi già il Simbolo Indipendente di Catania o lo stai scoprendo ora? Quale pensi possa essere il suo ruolo per la nostra città? –
Lo vedo come un tentativo di internazionalizzare un simbolo come la nostra città, sicuramente per attirare curiosi da fuori. Ma in cuor mio spero sia morto soprattutto per chi da questa città se n’è dovuto andare con la speranza di ritornare, come me, in modo da fargli vedere Casa Sua con occhi diversi


