Catania continua a seguirti anche quando credi di aver trovato il tuo posto altrove.

Quella MALEDETTA CATANESE di MARZIA vive a Roma da dieci anni. Ha un lavoro, una famiglia, tre figli, un mutuo. Quella che molti definirebbero una vita costruita. Eppure ci sono città che continuano a seguirti anche quando credi di aver trovato il tuo posto altrove. Per lei, quella città è Catania.

La sua storia inizia persino prima del suo nome. All’anagrafe è registrata come Carmela, ma tutti la chiamano Marzia. Una piccola ribellione familiare nata dal fatto che sua madre non aveva mai accettato il nome della “soggira” scelto per lei. Una premessa che racconta bene una certa anima siciliana: quella che trova sempre il modo di piegare le regole alla vita vera.

Dopo la laurea aveva provato a costruire il proprio futuro lontano dalla Sicilia. Prima Parma, poi il ritorno a Catania e infine Roma, dove oggi vive stabilmente. Ma ci sono cose che non hanno mai smesso di appartenerle.

Quando parla della sua infanzia non cita monumenti o cartoline. Parla di tavole. Di famiglia. Di rumore. Di cucina. La Catania di Marzia è fatta di domeniche a casa della nonna, con la pasta al forno che sembrava non finire mai e pranzi che si trascinavano fino al pomeriggio inoltrato. È fatta di vigilie di Natale trascorse ad osservare le zie preparare le scacciate sotto l’occhio vigile della nonna, mentre i bambini aspettavano che avanzasse qualche pezzetto di impasto per giocare.

È fatta di tavolate da quaranta persone. Di teglie che passavano di mano in mano. Di domande che solo un catanese può capire davvero. “Rocculi o bastaddi?” E poi c’era Sant’Agata. Le discese a piedi da Cibali fino al Duomo. I fuochi d’artificio. Le mani del padre sulle orecchie per proteggerla dagli ultimi botti. Il torrone di mandorle comprato al ritorno. Le olivette.

Piccoli rituali che, col tempo, diventano identità.

Oggi, vivendo lontano, ciò che più le manca non è soltanto un luogo. Sono gli odori. “Già quando arrivi in aeroporto non puoi fare a meno di sentirli tutti insieme.” La salsedine. I dolci. Il mare. Perfino gli odori più scomodi come quello della spazzatura sotto il sole estivo. Perché Catania, racconta, è una città che ti investe tutta insieme. Nel bene e nel male. Le mancano le bancarelle delle castagne a novembre. La nebbia profumata che saliva dai bracieri lungo il Viale Mario Rapisardi. Le manca la facilità con cui bastavano venti minuti a piedi per raggiungere il mare e sedersi davanti all’orizzonte. Le manca l’Etna. Quella presenza costante che per chi nasce qui finisce quasi per diventare una forma di protezione. “Mi manca la sensazione di guardare mamma Etna che sbuffa.”

Se dovesse scegliere un’opera per raccontare Catania, la sua scelta cadrebbe su L’Arte della Gioia di Goliarda Sapienza. Perché dentro quella storia ritrova qualcosa di profondamente siciliano: la capacità di immaginare una vita diversa senza dimenticare da dove si viene. E poi ci sono le canzoni. “Catania Figghiozza do Patri Eternu”. “Agata”. Brani che per molti catanesi sono ormai parte del paesaggio emotivo della città.

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Del Simbolo Indipendente di Catania, parla con grande convinzione. Per lei racchiude perfettamente ciò che siamo. Lava. Mare. Etna. Forza. Dolcezza. Contraddizione. “Forti e resistenti come le basole di pietra lavica della Via Etnea. Accoglienti come il mare quando è calmo. Burrascosi quando arriva la tempesta.” Ma soprattutto vede nel simbolo qualcosa che spesso manca a Catania: un elemento comune capace di unire persone molto diverse tra loro. Perché si può nascere nei quartieri popolari o in quelli più benestanti. Si può vivere a Catania, Roma o dall’altra parte del mondo. Ma c’è una cosa che accomuna tutti. “Non esiste un catanese che non sia innamorato della propria città. Anche quelli che la criticano.” Forse soprattutto quelli.

Quella MALEDETTA CATANESE di MARZIA vive lontano da Catania da molti anni. Eppure basta il profumo di una scacciata, il rumore di un fuoco d’artificio o una brioche col tuppo per riportarla immediatamente a casa. Perché certe città non smettono mai di abitarti. Anche quando hai imparato ad abitare altrove.


MALEDETTI CATANESI è una rubrica che nasce per raccogliere tutte le voci: frammenti personali che diventeranno articoli sul blog di wecatania.it, pezzi di una città che vive nei ricordi, nei gesti e nelle visioni di chi la abita o la porta dentro da molto distante.

MALEDETTI CATANESI utilizza la forma dell’auto-intervista. Compilando questo form troverai sette domande semplici, pensate per farti raccontare chi sei: i tuoi ricordi, le tue abitudini, le immagini che per te sono Catania.

Non è un questionario freddo, ma un modo per metterti al centro, che lascia spazio alla tua voce e alla tua storia da MALEDETTO CATANESE. Un luogo dove lasciare traccia di chi siamo e aprire un dialogo su chi vogliamo diventare.

Alla fine ti chiederemo anche cosa pensi del Simbolo Indipendente di Catania: se lo conosci già o se lo scopri adesso, raccontaci quale ruolo immagini possa avere per la città.

Chi sei? Sembra semplice ma non lo è mai quando dobbiamo raccontarlo.
Mi chiamo Carmela, ma mi hanno sempre chiamata Marzia, perché mia madre non ha mai accettato di esser stata costretta a registrarmi all’anagrafe con il nome della “soggira”. Nata e cresciuta a Catania, dopo la laurea mi sono trasferita a Parma per due anni, ma sono scappata: la nebbia mi soffocava e non riuscivo a sentirmi “bene”, sono rientrata a Catania, ma non riuscendo a “trovare la mia dimensione” a 27 anni ho colto un’opportunità lavorativa e mi sono trasferita a Roma. Ormai vivo qui da 10 anni e ho costruito la mia vita da “adulta”. Oggi ho un lavoro, un compagno, un mutuo e tre figli.

Racconta un ricordo d’infanzia che parla del tuo legame con Catania.
Vengo da una classica famiglia catanese, bella rumorosa e numerosa, quindi tutti i ricordi più belli sono legati alle riunioni di famiglia delle “feste”.
Le domeniche a pranzo a casa della nonna, quando c’era la pasta al forno e si mangiava fino alle quattro di pomeriggio.
Le vigilie di Natale o quelle di capodanno, quando le zie si riunivano in cucina e sotto controllo assoluto della nonna cominciavano a preparare l’impasto delle scacciate per la cena. Sul davanzale della finestra c’erano dei cavolfiori viola enormi e forme di tuma. E noi piccoli aspettavamo che avanzassero dei pezzettini di pasta per giocare e nel frattempo mescolavamo la ricotta con lo zucchero per le raviole fritte.
Quelle tavolate lunghissime (da 40 persone) con le zie che giravano con le teglie di alluminio e quando arrivavano al “tavolo dei piccoli” ci davano una fetta di scacciata con le patate e poi ci chiedevano “rocculi o bastaddi?”.
I pomeriggi del 3 e del 5 febbraio, quando immancabilmente ci si riuniva e si “scendeva” tutti insieme a piedi da cibali fino al duomo per guardare i fuochi d’artificio e papà mi metteva sempre le mani sulle orecchie per proteggermi dal rumore degli ultimi botti. E quando si “risaliva” ci si fermava alle bancarelle per comprare torrone (rigorosamente di mandorle) e olivette.
Le scampagnate sull’etna a pasquetta, con l’odore del fucularu e il profumo do “pani di casa” e le partite con il “supertela” che rischiava di finire sopra i “caddozzi” di salsiccia e l’immancabile strillo d’accompagnamento “Uora vu tagghiu stu palluniiiiii”.

Da adulto/a, cos’è di Catania che più ti manca o che non smetteresti mai di vivere?
Gli odori. Già quando arrivi in aeroporto, non puoi fare a meno di sentirli, tutti insieme: arrivano con prepotenza alle narici ed in un attimo senti il bello e il brutto di questa città..salsedine, dolci, spazzatura.
Sembra assurdo ma una delle cose che più mi manca oltre il mare, sono le bancarelle di castagne a novembre: la nebbia profumata sul viale mario rapisardi.

Oggi mi manca la “facilità” con cui utilizzando semplicemente le mie gambe e 20 minuti del mio tempo, potevo arrivare al mare e sedermi su una panchina e rilassarmi guardando l’orizzonte. Manca la sensazione di protezione nel guardare la sommità di mamma Etna che sbuffa. Da adolescente passavo interi pomeriggi seduta su uno scoglio nei pressi di piazza nettuno, con le gambe a penzoloni e le cuffie nelle orecchie.
Ma in questo senso, cito la Murgia che seppur sarda di origine, ha raccolto in due righe il nascere e sentirsi “isola”.
“Chi nasce in Sardegna ha quest’obbligo di fare i conti con il mare. Nessuno che nasca sulla terraferma è tenuto a rispettarlo in questo senso. È come nascere con un muscolo in più, anche se non lo usi mai c’è un retropensiero, una sorta di frinire nella testa che continua a dirti: potrebbe esserci un momento in cui tu questo muscolo lo userai per saltare tutto il mare”.
Per noi siciliani è lo stesso.

Latte di mandorla fatto in casa con il panetto e “ brioscia “ con il tuppo (rigorosamente fatta in casa) inzuppata dentro: è decisamente il rito a cui non rinuncio.. neanche a distanza.

Le giocate a carte del periodo di natale, rigorosamente su tappeto verde. Qui conoscono solo la tombola con le cartelle con i numeri. Ma che ne sanno!

Se dovessi scegliere un’opera che racconta Catania (una canzone, un libro, un film, un quadro…), quale sceglieresti e perché?
Se dovessi scegliere un libro sarebbe l’arte della gioia” di Goliarda Sapienza, perché nella protagonista si palesa il nostro detto “cu nesci, arrinesci”, ma in tanti sensi. E soprattutto perchè Goliarda è stata una donna di origini catanesi davvero straordinaria.
Per le canzoni, la risposta è più che scontata.. “Catania, figghiozza di patri eternu” e “Agata” di Castiglia.

Conoscevi già il Simbolo Indipendente di Catania o lo stai scoprendo ora? Quale pensi possa essere il suo ruolo per la nostra città?
Si, l’ho conosciuto sul web. Penso che ci rappresenti tutti noi.
Penso che Catania sia una città in cui il potenziale nascosto dei catanesi sia strettamente legato anche alla posizione fisica della città. Siamo nati sotto un vulcano attivo, abbiamo il sangue “caldo”, siamo prorompenti e dirompenti, non ci facciamo mai scoraggiare dalle difficoltà della vita, andiamo avanti nonostante tutto. Forti e resistenti come le basole di pietra lavica della via etnea, e accoglienti come l’acqua del mare calmo, burrascosi quando il mare è in tempesta e ci arrabbiamo, ma dolci allo stesso tempo come la ricotta dei cannoli.
Tutto questo rappresentato in quel simbolo, in quei colori. È (passatemi il termine) “identità” messa nera su bianco. Non c’è un catanese che non vi si possa riconoscere, sia che sia nato nei quartieri “bene” o venga da quartieri popolari.
Il suo ruolo penso sia proprio questo: quello di delineare un aspetto comune a tutti noi, che siamo diversi, ma non c’è un catanese che non sia innamorato della sua Catania (spoiler: anche quelli che la criticano).

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