CATANIA: Le luci gialle, i rumori e una città che resta
Quella MALEDETTA CATANESE di IVANA non è nata a Catania, ma ci è arrivata nel 2008. Messinese, con un passaggio da Milano tra università e primi lavori, è approdata qui “per caso”. E come spesso succede a Catania, il caso è diventato destino.

“Non l’ho mai più lasciata,” dice. “Da quasi vent’anni la amo con tutte le sue contraddizioni e i suoi difetti. Un vero amore.” Non è una dichiarazione romantica: è una scelta reiterata, quotidiana, fatta di convivenza con ciò che funziona e ciò che no.
Il suo legame non nasce da bambina, ma da una età precisa: ventotto anni. Un ritorno, ma anche un inizio. “Avevo voglia di vivere, di sperimentare, di essere libera.” E Catania, in questo, non delude. Le serate iniziano in centro, con amici appena conosciuti e subito già familiari. Alle spalle Piazza Teatro Massimo, davanti una città che si apre senza chiedere permesso. Poi le passeggiate: da Piazza Duca di Genova — quando era ancora parcheggio — fino a Piazza Cutelli. “Le luci gialle di una sera d’autunno.” È un’immagine sospesa, calda, che non ha bisogno di nostalgia per esistere.
IVANA ha deciso di accompagnare le sue parole con queste fotografie:



Catania, per Ivana, è fatta di rituali minimi. “Il caffè al chiosco di Piazza Trento. Percorrere Via Androne con le foglie gialle sotto i piedi. Arrivare dall’aeroporto e vedere la cupola del Duomo.” Non sono luoghi iconici da cartolina. Sono coordinate personali. È così che una città diventa casa: non nei monumenti, ma nei gesti che si ripetono senza pensarci.
Quando prova a definirla, Ivana non parla per immagini ma per suoni. “Catania è suono,” dice. “Non ti senti mai sola.” Le urla della fiera, la movida, il respiro dell’Etna quando erutta. E poi anche ciò che disturba: le sirene, le tensioni, le voci degli oppressi e degli oppressori. “Tutto suona e risuona,” racconta, “ma dietro c’è sempre vita.” Non una città silenziosa e ordinata, ma una città che esiste perché vibra.
Sul Simbolo Indipendente di Catania, è onesta, senza filtri. “Sì, l’ho visto. Credo possa servire. Per me ancora non è identificativo, ma potrebbe diventarlo.”
È una posizione lucida, non entusiasta ma aperta. Come chi ha imparato che a Catania le cose non si impongono: crescono, se hanno senso.
Quella MALEDETTO CATANESE di IVANA non è nata a Catania, ma ha imparato ad ascoltarla. E in quel rumore continuo, imperfetto, vivo, ha trovato il modo più semplice e difficile di restare: chiamarla casa.
MALEDETTI CATANESI è una rubrica che nasce per raccogliere tutte le voci: frammenti personali che diventeranno articoli sul blog di wecatania.it, pezzi di una città che vive nei ricordi, nei gesti e nelle visioni di chi la abita o la porta dentro da molto distante.
MALEDETTI CATANESI utilizza la forma dell’auto-intervista. Compilando questo form troverai sette domande semplici, pensate per farti raccontare chi sei: i tuoi ricordi, le tue abitudini, le immagini che per te sono Catania.
Non è un questionario freddo, ma un modo per metterti al centro, che lascia spazio alla tua voce e alla tua storia da MALEDETTO CATANESE. Un luogo dove lasciare traccia di chi siamo e aprire un dialogo su chi vogliamo diventare.
Alla fine ti chiederemo anche cosa pensi del Simbolo Indipendente di Catania: se lo conosci già o se lo scopri adesso, raccontaci quale ruolo immagini possa avere per la città.
Chi sei? Sembra semplice ma non lo è mai quando dobbiamo raccontarlo.
Ciao sono Ivana, messinese a Catania dal 2008, ma arrivo da Messina bensì da Milano dove ho fatto l’università e i primi anni di lavoro. Sono finita a Catania per caso e non l’ho mai più lasciata, da quasi venti anni la amo con tutte le sue contraddizioni e difetti. Un vero amore direi !
Racconta un ricordo d’infanzia che parla del tuo legame con Catania.
Nel mio caso più che bambina torno ventottenne con la voglia di vivere e sperimentare, libera e senza confini. Le serate in centro con i nuovi amici catanesi ( accoglienti ed aperti) con l’incantevole scenario di piazza teatro Massimo dietro la schiena, per poi proseguire con lunghe le passeggiate tra piazza duca di Genova (ancora parcheggio) e piazza Cutelli. Le luci gialle di una calda serata di autunno.
Da adulto/a, cos’è di Catania che più ti manca o che non smetteresti mai di vivere?
Catania è casa in tanti piccoli angoli e gesti rituali per me. Il caffè al chiosco di piazza Trento, percorrere l’alberata via androne colma di foglie gialle per terra, arrivare dall’aeroporto e vedere la cupola del duomo.
Se dovessi scegliere un’opera che racconta Catania (una canzone, un libro, un film, un quadro…), quale sceglieresti e perché?
Catania è suono. Non ti senti mai sola. Dalle urla della fiera alla movida serale al frastuono dell’Etna in eruzione, tutto suona e risuona, compresa la sua musica e i suoi cantautori. A volte suonano le sirene o le urla degli oppressi e degli oppressori, ma dietro tutto c’è una forte vita e vitalità
Conoscevi già il Simbolo Indipendente di Catania o lo stai scoprendo ora? Quale pensi possa essere il suo ruolo per la nostra città? –
Sì lo avevo visto. Penso possa servire. Per me ancora non è identificativo ma potrebbe diventarlo


