Ho trovato Catania dentro l’odore del tempo.

Quel MALEDETTO CATANESE di Roberto oggi dice di “godersi il suo tempo”. Ma il tempo, per lui, non è solo quello che passa: è quello che torna. Nei ricordi, nei profumi, nelle vie di Catania che conosce come un volto amato.

Catania, sospesa tra mare ed Etna, per me è madre e padre,” racconta. “Tra le sue vie riconosco le tracce del tempo perduto.” C’è poesia nelle sue parole, ma non retorica. È un amore adulto, consapevole, di chi sa che le radici non si tagliano mai, ma si curano.

Nei suoi ricordi c’è una casa, in via Papale, “un palazzo di fine Ottocento, basso, con stanze che odoravano di calce e tempo.” La nonna, il cortile, il gelsomino che incorniciava la finestra e profumava le sere d’estate. Ma soprattutto c’è un rito dolcissimo: il bianco mangiare, quella crema densa che la nonna lasciava raffreddare sul davanzale. “Io aspettavo che si formasse la crosticina,” ricorda, “poi lei aggiungeva qualche fiore di gelsomino. Si scioglievano piano, lasciando il profumo sulla crema ancora calda.” È un’immagine che vale più di mille parole: un gesto d’amore, una memoria che resiste al tempo. “Ancora oggi porto dentro quell’odore come una madeleine di casa mia, come una carezza che non svanisce.

QUESTE LE FOTO CON CUI ROBERTO HA VOLUTO ACCOMPAGNARE LE SUE PAROLE

Da adulto, ciò che non smetterebbe mai di vivere è un gesto semplice, quasi un rito laico: “Lo sguardo mattutino che corre dall’Etna al mare.” Quel profilo doppio, di fuoco e d’acqua, che cambia ogni giorno eppure resta sempre lo stesso. “Quando sono lontano mi manca,” dice, “mi manca maledettamente. È come se mancasse un battito, un punto fermo dell’anima.” È la sua bussola, la sua mappa interiore.

Se deve scegliere un’opera per raccontare Catania, cita Ercole Patti — Un bellissimo novembre — e Giovanni Verga con I Malavoglia. “Raccontano la nostra terra senza abbellimenti, con l’ardore e la fatica di chi la vive.” Perché Catania è così: passionale, contraddittoria, struggente, mai semplice.

Del Simbolo Indipendente di Catania, parla con affetto e riconoscenza: “Ho conosciuto Bob Liuzzo sui social, ho seguito il suo amore per la città e il suo impegno nei quartieri più difficili. È un grande attivista per la nostra cultura.” In quelle linee — Etna, Lava, Mare — ritrova lo stesso senso di appartenenza che sente nel guardare l’orizzonte ogni mattina.

Quel MALEDETTO CATANESE di ROBERTO ci tiene a concludere dicendo “non è solo una città. È una memoria che profuma di gelsomino, una carezza che resiste al tempo, un battito che non smette mai di farsi sentire”.


MALEDETTI CATANESI è una rubrica che nasce per raccogliere tutte le voci: frammenti personali che diventeranno articoli sul blog di wecatania.it, pezzi di una città che vive nei ricordi, nei gesti e nelle visioni di chi la abita o la porta dentro da molto distante.

MALEDETTI CATANESI utilizza la forma dell’auto-intervista. Compilando questo form troverai sette domande semplici, pensate per farti raccontare chi sei: i tuoi ricordi, le tue abitudini, le immagini che per te sono Catania.

Non è un questionario freddo, ma un modo per metterti al centro, che lascia spazio alla tua voce e alla tua storia da MALEDETTO CATANESE. Un luogo dove lasciare traccia di chi siamo e aprire un dialogo su chi vogliamo diventare.

Alla fine ti chiederemo anche cosa pensi del Simbolo Indipendente di Catania: se lo conosci già o se lo scopri adesso, raccontaci quale ruolo immagini possa avere per la città.

Chi sei? Sembra semplice ma non lo è mai quando dobbiamo raccontarlo.
Roberto Vasta, oggi mi godo il mio tempo. Catania, sospesa tra mare ed Etna?, per me è madre e padre, rifugio sicuro. Tra le sue vie riconosco le tracce del tempo perduto. L’infanzia che sorride nei cortili, l’adolescenza che corre leggera sui marciapiedi, ogni istante di vita che ancora respira tra le sue mura. È qui che la memoria si fa casa, e il cuore trova riposo.

Racconta un ricordo d’infanzia che parla del tuo legame con Catania.
Mia nonna abitava in via Papale, in un palazzo di fine Ottocento. Era una casa di cortile, bassa, con le stanze che odoravano di calce e tempo. La cucina aveva una finestra che si affacciava sul giardino, incorniciata da un gelsomino che d’estate profumava l’aria. Da bambino, la nonna mi preparava il bianco mangiare. Appena pronto, lo posava sul davanzale perché si raffreddasse, mentre io, impaziente, aspettavo che si formasse quella lieve crosticina in superficie. Poi lei aggiungeva qualche fiore di gelsomino, che sciogliendosi lasciava il suo profumo sulla crema ancora calda. Ancora oggi porto dentro quell’odore, quel sapore, come una madeleine di casa mia, come una carezza che non svanisce.

Da adulto/a, cos’è di Catania che più ti manca o che non smetteresti mai di vivere?
Non smetterei mai di vivere quello sguardo mattutino che corre dall’Etna al mare. È un gesto abituale, eppure ogni volta diverso , un presagio sottile di come andrà la giornata. Quel profilo di fuoco e d’acqua mi accompagna da sempre: mi orienta, mi radica.Quando sono lontano, mi manca. Mi manca maledettamente. È come se mancasse un respiro, un battito, un punto fermo dell’anima. Le mie radici affondano qui, troppo in profondità perché possano essere mai strappate via.

Se dovessi scegliere un’opera che racconta Catania (una canzone, un libro, un film, un quadro…), quale sceglieresti e perché?
Ce ne sono diversi, ma su tutti citerei Ercole Patti, “un bellissimo novembre ” perché racconta l’ardore dell’adolescenza siciliana e catanese in particolare e poi, anche se scontato, Giovanni Verga con la sua opera più importante ” I Malavoglia”.

Conoscevi già il Simbolo Indipendente di Catania o lo stai scoprendo ora? Quale pensi possa essere il suo ruolo per la nostra città?
Ho conosciuto Bob Liuzzo sui social, ho seguito con interesse il suo amore per Catania, il suo impegno nei quartieri più difficili e degradati. Un grande attivista per la nostra città e la nostra cultura.

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