Catania mi ha insegnato la bellezza della distruzione
Quella MALEDETTA CATANESE di Francesca, o meglio Liotrina, come ama chiamarsi, è una catanese che non si limita a vivere la città — la interpreta.

“Mi identifico nella versione femminile del Liotru,” dice, “un po’ per vanità, un po’ per orgoglio.” È giovane, studia, cerca se stessa e — come tutti i veri catanesi — ha capito presto che per definirsi bisogna prima sapere cosa non si vuole diventare. E forse è proprio lì, nel contrasto tra il caos e la grazia, che Catania le somiglia di più.
Il suo primo ricordo è un momento di pura meraviglia e paura: l’eruzione dell’Etna del 2002. “Avevo tre anni,” racconta, “e ricordo solo la cenere che copriva tutto, il rumore dei boati, il cielo che sembrava tremare.” È difficile trovare un’immagine più catanese di questa — una città che si mostra per la prima volta a una bambina con un gesto estremo, come a dirle: benvenuta nel luogo dove la distruzione è anche creazione. Da allora, Francesca non ha mai smesso di cercare quella stessa vertigine: la meraviglia che nasce dal caos.
Queste le foto che LIOTRINA ha voluto allegare alla sua storia


Oggi la sua Catania è un caffè con vista su Piazza Duomo, una brioche col tuppo che si scioglie nella granita al pistacchio, la luce che cambia tra una nuvola e l’altra. “Sedermi lì e osservare la piazza,” dice, “è come farmi cullare dalla città.” È un rituale semplice, ma profondo: un modo per riconnettersi con quella parte di sé che ha sempre bisogno di tornare.
La canzone che la racconta è E ti vengo a cercare di Franco Battiato. “Per me Catania è proprio questo,” spiega, “un continuo ritorno, un dialogo con qualcosa di sacro ma familiare.” È una città che si lascia amare come una persona difficile: malinconica e luminosa, misteriosa e domestica, mai uguale a se stessa ma sempre riconoscibile.
Quando Liotrina parla del Simbolo Indipendente di Catania, lo definisce con due parole che sembrano poesia: visualizzare l’invisibile. Per Francesca è un gesto d’amore, un modo per dare forma a ciò che i catanesi sentono ma non riescono a dire — la loro appartenenza, la loro resilienza, la loro bellezza imperfetta. In fondo, è quello che Catania insegna da sempre: che anche tra le macerie si può trovare luce.
Quella MALEDETTA CATANESE di FRANCESCA ci tiene a concludere dicendo, Catania è questo: un’eruzione di emozioni che distrugge solo per ricordarti quanto sei viva.
MALEDETTI CATANESI è una rubrica che nasce per raccogliere tutte le voci: frammenti personali che diventeranno articoli sul blog di wecatania.it, pezzi di una città che vive nei ricordi, nei gesti e nelle visioni di chi la abita o la porta dentro da molto distante.
MALEDETTI CATANESI utilizza la forma dell’auto-intervista. Compilando questo form troverai sette domande semplici, pensate per farti raccontare chi sei: i tuoi ricordi, le tue abitudini, le immagini che per te sono Catania.
Non è un questionario freddo, ma un modo per metterti al centro, che lascia spazio alla tua voce e alla tua storia da MALEDETTO CATANESE. Un luogo dove lasciare traccia di chi siamo e aprire un dialogo su chi vogliamo diventare.
Alla fine ti chiederemo anche cosa pensi del Simbolo Indipendente di Catania: se lo conosci già o se lo scopri adesso, raccontaci quale ruolo immagini possa avere per la città.
Chi sei? Sembra semplice ma non lo è mai quando dobbiamo raccontarlo.
Mi chiamo Francesca, anche se nel mio immaginario mi identifico molto di più in Liotrina — la versione femminile del Liotru — dall’alto della mia (leggera) vanità. Ancora oggi non so esattamente chi sono, ma so con chiarezza chi non voglio essere. Per questo, non solo studio ma sono anche e soprattutto alla ricerca di me stessa.
Racconta un ricordo d’infanzia che parla del tuo legame con Catania.
In generale credo sia uno dei primi ricordi impressi in me. Avevo 3 anni, e quello che vidi intorno per la prima volta furono grandi distese di cenere e boati persistenti che ancora oggi rimbombano nella memoria. Era l’eruzione del 2002. Ero così piccola ma per la prima volta fui inondata da un grande senso di stupore, poiché ero entrata davvero in contatto con l’essenza di Catania: meraviglia e distruzione allo stesso tempo
Da adulto/a, cos’è di Catania che più ti manca o che non smetteresti mai di vivere?
Sicuramente è sedersi in uno di quei caffè con vista su Piazza Duomo, mentre dolcemente stacchi il tuppo dalla brioscia e assapori una bella granita al pistacchio, mentre osservi la piazza che ti avvolge e ti culla dolcemente.
Se dovessi scegliere un’opera che racconta Catania (una canzone, un libro, un film, un quadro…), quale sceglieresti e perché?
Catania per me è come in “E ti vengo a cercare” di Battiato: un continuo ritorno, un bisogno profondo di rivederla, di parlarle, di ritrovarla. Un luogo dove il sacro e il quotidiano, la malinconia e la meraviglia convivono come opposti che si cercano.
Conoscevi già il Simbolo Indipendente di Catania o lo stai scoprendo ora? Quale pensi possa essere il suo ruolo per la nostra città? –
Visualizzare l’invisibile. Dare forma all’essenza.


