Lavoro nel 118 e ogni notte Catania mi sorprende.
Quel MALEDETTO CATANESE di FRANCESCO si definisce “catanese marca Liotru” e lo dice con l’orgoglio di chi ogni giorno la città non la guarda soltanto, ma la vive davvero. Fa l’infermiere del 118 — un mestiere che lo porta a conoscere Catania in ogni suo respiro, tra sirene e silenzi.

“Lavoro a servizio dei cittadini catanesi e non solo,” racconta. “Giro la città in lungo e in largo e scopro sempre nuove sfaccettature. Di giorno è viva, rumorosa, piena di contrasti. Ma di notte… di notte è stupenda: Catania mostra le sue gioie e i suoi dolori.” Poi aggiunge, quasi sottovoce: “E quando passi dal centro storico e vedi le sue bellezze barocche, capisci che vale la pena di amarla, anche quando ti fa male.”
Il suo legame con la città parte da un ricordo tenero e gustoso. “Da piccolo non mangiavo molto,” confessa, “e per una famiglia catanese questo era un dramma: la carne di cavallo è un mantra, una tradizione sacra.” Ma lui non ne voleva sapere. Così suo padre trovò un trucco: lo portava da Za Rosa, una leggenda del porticciolo di Ognina, dove un camion dei panini trasformava la cena in magia. “Non so perché,” sorride, “ma quella carne, mangiata lì, aveva un gusto diverso. Se oggi la amo, lo devo a mio padre — e a Za Rosa.”
Francesco ha vissuto per un periodo lontano da Catania, ma una cosa non lo ha mai lasciato: il Vulcano. “L’Etna per me è casa,” dice. “Quando studiavo fuori, portavo sempre con me una foto dell’Etna innevata. Era il mio modo per non staccarmi da lei.”
Il vulcano, per lui, è molto più che un paesaggio: è una presenza che rassicura, un simbolo che respira insieme alla città, un punto fermo per chi è abituato a correre tra le emergenze e i battiti degli altri.
Se dovesse scegliere un’opera che racconta Catania, non ha esitazioni: Catania figghiozza d’o Patri Eternu di Giuseppe Castiglia. “Descrive Catania a 360 gradi,” dice. “Ci trovi tutto: la forza, l’ironia, la fede, la rabbia e l’amore.” E mentre parla, sembra descrivere anche se stesso — un uomo che vive la città come una missione, come una promessa, come una casa che non si smette mai di curare.
Del Simbolo Indipendente di Catania, dice di non conoscerlo, ma il suo entusiasmo è sincero. “Lo sto scoprendo ora,” racconta. “Ed è bello sapere che anche i simboli possono unire, raccontare e dare speranza.”
Quel MALEDETTO CATANESE di FRANCESCO ci tiene a concludere dicendo “Catania è una sirena che chiama e consola. È un panino da Za Rosa, un vulcano innevato, una corsa notturna a sirene spiegate nel cuore della città che non smette mai di battere”.
MALEDETTI CATANESI è una rubrica che nasce per raccogliere tutte le voci: frammenti personali che diventeranno articoli sul blog di wecatania.it, pezzi di una città che vive nei ricordi, nei gesti e nelle visioni di chi la abita o la porta dentro da molto distante.
MALEDETTI CATANESI utilizza la forma dell’auto-intervista. Compilando questo form troverai sette domande semplici, pensate per farti raccontare chi sei: i tuoi ricordi, le tue abitudini, le immagini che per te sono Catania.
Non è un questionario freddo, ma un modo per metterti al centro, che lascia spazio alla tua voce e alla tua storia da MALEDETTO CATANESE. Un luogo dove lasciare traccia di chi siamo e aprire un dialogo su chi vogliamo diventare.
Alla fine ti chiederemo anche cosa pensi del Simbolo Indipendente di Catania: se lo conosci già o se lo scopri adesso, raccontaci quale ruolo immagini possa avere per la città.
Chi sei? Sembra semplice ma non lo è mai quando dobbiamo raccontarlo.
Ciao sono Francesco e sono Catanese marca Liotru, nella vita faccio l’infermiere del 118, lavoro a servizio dei cittadini catanesi e non solo, lavorare sul territorio e girare la città in lungo e in largo e scoprire le mille sfaccettature che Catania offre e stupendo sopratutto la notte quando la città offre gioie e dolori, ma poi succede che passi dal centro storico e ammiri le.bellezze barocche di questa città.
Racconta un ricordo d’infanzia che parla del tuo legame con Catania.
Ho molti ricordi che mi legano alla mia città, ma uno lo ricordo sempre con piacere, da piccolo non mangiavo moltissimo e da famiglia catanese mangiare la carne di cavallo e un mantra sopratutto per la crescita, ma non ne andavo matto o meglio se mio padre la cucinava a casa non la mangiavo, allora mio padre cosa faceva per farmi mangiare sopratutto la carne di cavallo? Mi portava in zona porticciolo di ognuna dove quel tempo c’era una camion che faceva panini gestito da una donna che a catabia è un’istituzione, si parlo da Za Rosa. Non so perché ma quella carne mangiata in quel contesto aveva un gusto diverso e la mangiavo volentieri. Quindi se mangio carne di cavallo lo devo si a mio padre ma al camion dei panini della Za Rosa.
Da adulto/a, cos’è di Catania che più ti manca o che non smetteresti mai di vivere?
Per quanto mi riguarda avendo vissuto per studio fuori catania, una delle cose che mi mancava e che la cercavo ovunque mi trovassi , era il nostro vulcano Etna, l’ Etna per me è casa , mi ricordo che portavo sempre con me una foto dell’ Etna innevata per non staccarmi dalla mia città Catania.
Se dovessi scegliere un’opera che racconta Catania (una canzone, un libro, un film, un quadro…), quale sceglieresti e perché?
Catania figghiozza d’o patri eternu. Di Giuseppe Castiglia. Perché descrive catania a 360 gradi.
Conoscevi già il Simbolo Indipendente di Catania o lo stai scoprendo ora? Quale pensi possa essere il suo ruolo per la nostra città? –
Non lo conoscevo lo sto scoprendo ora.


