Catania non è un luogo stabile: è qualcosa che devi continuamente riattivare.
Questo MALEDETTO CATANESE Non dice il suo nome. Non serve. “Vivo a Catania,” basta questo. E poi aggiunge: “faccio quello che ho sempre fatto: usare l’arte per raccontarla, difenderla, criticarla.”

A volte con ironia, quando i problemi vanno fatti emergere senza far scappare nessuno. A volte con serietà, quando quei problemi diventano troppo reali per essere ignorati. E altre volte, semplicemente, per strappare un sorriso a chi passa. È un modo di stare dentro la città: non sopra, non fuori. Dentro.

Alla fine degli anni ’80 è stato lontano da Catania per tre anni. Era piccolo, ma abbastanza grande da sentire la mancanza. “E quella mancanza mi ha fatto venire voglia di costruirla,” racconta. Con la carta. Disegnando mappe, palazzi, strade. Una città inventata per non perdere quella vera. “Per me geografia è il connubio tra Catania e l’Etna.” È lì che nasce tutto: nella distanza che costringe a immaginare. Ogni lunedì cercava i risultati del Catania sui giornali veneti. “Non sempre trovavo il girone B della C.” E anche questo, in fondo, è Catania: esserci anche quando non ti trovano.
Da adulto non è mai andato davvero via. Eppure, la mancanza esiste ancora.
“Mi prende anche se vivo qui,” dice.
E allora se la va a cercare.
Alla Fiera, tra le voci e le contrattazioni.
In un seltz al limone, bevuto in piedi, veloce.
Davanti a una statua senza testa o sulla collina della Villa Bellini.
Catania non è un luogo stabile: è qualcosa che devi continuamente riattivare.
Se deve scegliere un’opera che la racconti, non cita un libro o una canzone. Ricorda un muro. Una vecchia cabina telefonica. E accanto, un gorilla con una cornetta in mano, il filo che si attacca proprio alla cabina. E la scritta: Catania is jungle! Una frase che sembra una battuta, ma non lo è. È una diagnosi. Una dichiarazione. Un modo per dire che qui tutto è vivo, imprevedibile, e devi imparare a muoverti.

Del Simbolo Indipendente di Catania, non dà definizioni nette. “Non so cosa possa innescare,” ammette. Ma poi aggiunge qualcosa che resta: “mi fa venire in mente il viaggio.” Il momento in cui sei sull’aereo, guardi dal finestrino e vedi tutto insieme: mare, città, Etna, fuoco. “È come una finestra su quella moltitudine,” dice. “O forse una finestra su noi stessi.”to: si sedimentano. spiegare.
Questo MALEDETTO CATANESE SENZA NOME ci fa capire che c’è chi abita Catania. E chi la disegna ogni giorno, per non perderla.
Perché certe città non esistono davvero finché non le continui a immaginare.
MALEDETTI CATANESI è una rubrica che nasce per raccogliere tutte le voci: frammenti personali che diventeranno articoli sul blog di wecatania.it, pezzi di una città che vive nei ricordi, nei gesti e nelle visioni di chi la abita o la porta dentro da molto distante.
MALEDETTI CATANESI utilizza la forma dell’auto-intervista. Compilando questo form troverai sette domande semplici, pensate per farti raccontare chi sei: i tuoi ricordi, le tue abitudini, le immagini che per te sono Catania.
Non è un questionario freddo, ma un modo per metterti al centro, che lascia spazio alla tua voce e alla tua storia da MALEDETTO CATANESE. Un luogo dove lasciare traccia di chi siamo e aprire un dialogo su chi vogliamo diventare.
Alla fine ti chiederemo anche cosa pensi del Simbolo Indipendente di Catania: se lo conosci già o se lo scopri adesso, raccontaci quale ruolo immagini possa avere per la città.
Chi sei? Sembra semplice ma non lo è mai quando dobbiamo raccontarlo.
Vivo a Catania, oggi? faccio quello che ho sempre fatto e cioè utilizzare l’arte per raccontare, difendere o criticare questa città, a volte con un taglio ironico ove possano esserci problemi e farli emergere, altre volte invece con taglio serio ove quei problemi potrebbero presentarsi, o con interventi che hanno lo scopo ben preciso di strappare un sorriso ai viandanti
Racconta un ricordo d’infanzia che parla del tuo legame con Catania.
Alla fine degli anni 80 sono stato per tre anni lontano da Catania, ero piccolo ma già molto legato sia alla montagna che alla città, questa mancanza fece crescere in me il desiderio di costruirla quella città che tanto mi mancava… utilizzando la carta per costruire sia la sua mappa che i suoi palazzi, per me geografia significa il connubio tra Catania e l’Etna, è partito tutto da lì. Ogni maledetto lunedì andavo a cercare i risultati del Catania nei giornali veneti, ma non sempre riuscivo a trovare il girone b della C.
Da adulto/a, cos’è di Catania che più ti manca o che non smetteresti mai di vivere?
A volte ho questo sentimento di mancanza, che mi prende anche se vivo qui, appena sento la malinconia di quel qualcosa me la vado a cercare, a prendere, che sia la Fiera o un seltz al limone, la statua senza testa o la collina della villa bellini
Se dovessi scegliere un’opera che racconta Catania (una canzone, un libro, un film, un quadro…), quale sceglieresti e perché?
era un’opera su un muro… accanto ad una vecchia cabina telefonica, in cui sulla destra c’era un gorilla che teneva una cornetta col filo che finiva proprio sulla cabina ed esclamava: Catania is jungle!
Conoscevi già il Simbolo Indipendente di Catania o lo stai scoprendo ora? Quale pensi possa essere il suo ruolo per la nostra città? –
Non so cosa possa innescare, ma sono sicuro che sia una bella intuizione e mi fa venire in mente il viaggio, ogni catanese sa che quando prenderà l’aereo si ritroverà sullo stesso piano il mare catania l’etna ( e il fuoco), sembra un finestrino su quella moltitudine oppure una finestra su noi stessi, chissà


