Ho cercato giustizia, ho trovato Catania.
Quel MALEDETTO CATANESE di DINO (Edoardo) Barbarossa o come preferisce dire lui, semplicemente “uno che vive la prossimità” — è una di quelle persone che non si raccontano: si attraversano.

Da quasi quarant’anni lavora e resiste dentro Catania, nelle sue periferie più vere, dove la città smette di essere una cartolina e torna umana. “Ho scelto di vivere la prossimità come approccio alla vita,” dice, “ascoltando le periferie esistenziali fino a giungere a San Cristoforo, alla Città dei Ragazzi.” Un uomo diretto, a volte troppo, con un desiderio di giustizia che non gli ha mai permesso di restare fermo a guardare.
La sua infanzia è un film d’altri tempi: una grande casa patriarcale in via Canfora, quattro sorelle, i nonni, gli zii, i cugini. “Croce e delizia,” dice con ironia, “ma anche radice e scuola di vita.” È lì che ha imparato cosa significa legame, e a San Giovanni Galermo ha scoperto la bellezza semplice della natura, il rispetto per la terra e per chi la abita. Modica e Acireale gli scorrono nelle vene, ma è a Catania che tutto prende forma: la nascita, la crescita, la vocazione.
Queste le foto che DINO ha voluto allegare alla sua storia




Oggi Dino non ha bisogno di scegliere un luogo del cuore, perché la città intera lo è. “Mi piace stare tra la gente,” racconta, “e quando posso rendermi utile, essere prossimo.” Non cerca scorci o monumenti: la sua Catania è fatta di volti, voci, strade, mani. Di quel movimento costante che tiene insieme le contraddizioni — bellezza e ferite, rabbia e speranza — dentro una stessa mappa umana.
Se dovesse raccontarla con un’opera, sceglierebbe Che bedda Catania di Giuseppe Castiglia: “È provocatoria e struggente,” spiega, “come la città stessa.” Ma ama anche i testi dialettali di Battiato e Carmen Consoli, perché dentro quelle parole c’è la lingua vera dei catanesi: dolce e tagliente, spirituale e terrena allo stesso tempo.
Dino Il Simbolo Indipendente di Catania lo scopre adesso, ma ne comprende subito il senso. “I simboli sono importanti,” dice, “soprattutto per un boomer come me. I simboli umani oggi mancano, e a Catania mancano da tempo.” Forse è per questo che la sua voce suona come un invito: riscoprire la città partendo dalle persone, non dai manifesti. Ridarle un volto, una storia, un segno in cui potersi riconoscere.
Quel MALEDETTO CATANESE di DINO ci tiene a concludere dicendo: Catania è casa, anche quando ti stanca. Perché chi la vive davvero, non la lascia mai: la cura, la provoca, la ama. Sempre.
MALEDETTI CATANESI è una rubrica che nasce per raccogliere tutte le voci: frammenti personali che diventeranno articoli sul blog di wecatania.it, pezzi di una città che vive nei ricordi, nei gesti e nelle visioni di chi la abita o la porta dentro da molto distante.
MALEDETTI CATANESI utilizza la forma dell’auto-intervista. Compilando questo form troverai sette domande semplici, pensate per farti raccontare chi sei: i tuoi ricordi, le tue abitudini, le immagini che per te sono Catania.
Non è un questionario freddo, ma un modo per metterti al centro, che lascia spazio alla tua voce e alla tua storia da MALEDETTO CATANESE. Un luogo dove lasciare traccia di chi siamo e aprire un dialogo su chi vogliamo diventare.
Alla fine ti chiederemo anche cosa pensi del Simbolo Indipendente di Catania: se lo conosci già o se lo scopri adesso, raccontaci quale ruolo immagini possa avere per la città.
Chi sei? Sembra semplice ma non lo è mai quando dobbiamo raccontarlo.
Dino (Edoardo) Barbarossa operatore e imprenditore sociale da quasi 40 anni a Catania. Ho scelto di vivere la Prossimità come approccio alla vita mia e di coloro che incontro e ho ascoltato le periferie esistenziali fino a giungere a San Cristoforo, alla Città dei ragazzi. Sono diretto, a volte troppo, ed ho un desiderio di giustizia congenito
Racconta un ricordo d’infanzia che parla del tuo legame con Catania.
Ho vissuto nella famiglia patriarcale, nella grande casa con i nonni, i genitori, gli zii, i cugini…le 4 sorelle…la famiglia è stata croce e delizia della mia infanzia…sono rimasti legami forti, intensi, inscindibili. I miei nonni erano di Modica e Acireale, li erano nati i miei genitori, ma io sono nato a Catania, dentro una stupenda villa in via Canfora e li ho vissuto i primi 8 anni della mia vita. Avevamo una casa familiare in campagna, allora mi sembrava lontanissima, ma era a San Giovanni Galermo e li ho scoperto la bellezza della natura e il rispetto che merita
Da adulto/a, cos’è di Catania che più ti manca o che non smetteresti mai di vivere?
Catania è “casa mia”, nonostante le tante fatiche che ho fatto e che faccio per farmela piacere. Ho conosciuto tutte le periferie e mi sono calato in quelle realtà completamente, ma non ho un luogo prediletto, a me piace stare fra la gente e quando posso rendermi utile, essere prossimo
Se dovessi scegliere un’opera che racconta Catania (una canzone, un libro, un film, un quadro…), quale sceglieresti e perché?
Che bedda Catania di Giuseppe Castiglia la rappresenta bene, è provocatoria e struggente Ma anche i testi in dialetto di Battiato o Consoli mi piacciono molto
Conoscevi già il Simbolo Indipendente di Catania o lo stai scoprendo ora? Quale pensi possa essere il suo ruolo per la nostra città? –
Lo scopro adesso. I simboli sono importanti, soprattutto per un boomer come me i simboli umani e oggi a Catania ne manca uno e manca da tempo ormai


